Che fascino le vite eroiche dei grandi maestri italiani
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Tags: Corriere, Sottsass
Fabio Novembre con Ettore Sottsass, 2002
Fabio Novembre con Ettore Sottsass, 2002
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Mi capita sempre piu' spesso di parlare del valore della memoria e non so se per accresciuta sensibilita' o soltanto perche' sto invecchiando... Spero per entrambe le ragioni, anche perche' e' cosi' che dovrebbe essere nel migliore dei mondi possibili. I vecchi saggi di una volta, eroici protagonisti dei nostri racconti di formazione, sono sempre piu' spesso sostituiti da figure di bambini invecchiati, spesso capricciosi ed egoisti. Lungi da me qualsiasi tentativo di generalizzazione, ma vogliamo confrontare il contemporaneo accanimento terapeutico con le immense figure dei vecchi pellerossa che quando si rendevano conto di non essere piu' utili alla comunita' sceglievano di allontanarsi dal gruppo ritornando in solitudine a quella terra da cui erano nati? E senza arrivare a quelle forme di coraggio estremo, non basterebbe coltivare negli anni il proprio orto di saggezza per poi distribuirne i frutti a chi ne ha bisogno? 


Se sono riuscito a vedere più lontano di altri, è perchè sono salito sulle spalle di giganti’, Isaac Newton, 1676.

Sono seduto al banco di una scuola materna, cercando di raccogliere i pensieri mentre osservo mia figlia al suo esordio scolastico. Non potrebbe esserci situazione più adatta per ripensare al rapporto che ciascuno di noi ha avuto con i propri maestri, e all'equilibrio tra il dare e l'avere che di volta in volta si è stabilito.

Io mi sono iscritto alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano nel 1984, il primo anno di controriforma dopo la sbornia del riformismo sessantottino, costruendomi un piano di studi che mi definisse attraverso le affinità riscontrate nei docenti. E come fare a non identificarsi con le pirotecniche lezioni di Achille Castiglioni, con la vita spericolata di Corrado Levi, con le sperimentazioni tedesche di Anceschi e Maldonado o con l'entusiasmo giovanile di Arturo Dell'Acqua Bellavitis (attuale Preside della Facoltà di Design). E poi erano gli anni della "Strada Novissima" all'interno della Biennale di Venezia di Portoghesi del 1980, in cui da Venturi a Gehry, da Hollein a Koolhaas, con il "Teatro del Mondo" di Aldo Rossi che galleggiava tra i canali, si ponevano le basi per una nuova idea di architettura che al tempo si definiva post-moderna. Lo stesso spirito aleggiava nel design, e dai primi esperimenti di Mendini e Guerriero con Alchimia si passò nel 1981 al vero e proprio fenomeno di Memphis, su iniziativa di Ettore Sottsass. Quando si sceglie un mestiere ci sono due modi per crescere e migliorare: uno passa attraverso le opere e il tentativo di imitarle, l'altro attraverso la vita e la sua capacità ispirazionale. Io ammetto che da ragazzo ero affascinato dalle opere di questi autori, ma più di tutto ero colpito dalle vicende "eroiche" delle loro vite: dalle esperienze di guerra di Sottsass e Zevi, alla militanza sessantottina dei "radicali" come Branzi o Morozzi. Ma in generale da quel tentativo di progettare un mondo colorato e multiforme attraverso lo stile libero della propria vita. Molti anni dopo, proprio questa aspirazione mi è stata criticata da colui che considero una sorta di padre putativo, Alessandro Mendini, il quale nell'edizione del Triennale Design Museum da lui curata, "Quali cose siamo", rappresentava me e Stefano Boeri non attraverso nostre opere ma fotografati come due santini, bonariamente bacchettandoci per l'eccessiva personalizzazione che facciamo del nostro lavoro. Lui che nello stesso luogo, molti anni prima, si era autorappresentato con una statua di cera a grandezza naturale, ma si sa, i tempi cambiano... Comunque i maestri che scegliamo sono i riferimenti che adottiamo per non perderci nell'oblio delle astensioni da giudizio. Tutto quello che vogliono far arrivare a noi sarà in forma di gesta da cantare, senza il bisogno di vederli appesantirsi sotto i colpi della vita. Ricordo che il mio eroe di sempre, Ettore Sottsass, ho deciso di incontrarlo la prima volta nel 1994 solo per chiedergli di scrivere la prefazione alla mia tesi di laurea che diventava libro per Idea Books: "A sud di Memphis". Fino ad allora non mi ero mai avvicinato, forse per paura di essere scottato dal suo calore o temendo di entrare nella sua sfera gravitazionale. Ma tutto quello che volevo e dovevo sapere di lui lo conoscevo a memoria, con una devozione quasi paragonabile a quella della sua Barbara Radice. E ricercandolo soltanto dieci anni dopo insieme agli altri "miei" maestri: Mendini, Magistretti, Mangiarotti, Branzi, La Pietra, Morozzi, Bellini, Dalisi, per il programma tematico "Ultrafragola"; con la colpevole assenza di Enzo Mari che all'insistenza delle mie richieste di intervista, impiegò un'ora di telefonata per spiegarmi che non aveva un'ora da dedicarmi a causa della mole di lavoro che lo occupava... Ma anche in questo caso, come si può volerne all'uomo che sin da ragazzino ho amato in qualità di "coscienza critica del design", e che ancora oggi demonizza il computer proponendo un approccio al design da buon selvaggio etico...?! Sono questi e molti altri gli uomini che hanno codificato quello sfuggente fenomeno chiamato "design italiano", ed è al loro spesso inconsapevole ruolo di maestri che devo la mia formazione. Penso che la mia generazione, oggi definibile come "quella di mezzo", abbia un importante ruolo di collegamento tra questi maestri storici e i ragazzi che si avvicinano al mondo del progetto. Siamo capaci di maneggiare una matita e un mouse con la stessa disinvoltura e di capire le ragioni degli uni e degli altri per mettere in comunicazione due mondi che faticano a comprendersi. Tengo spesso conferenze nelle Università sia in Italia che all'Estero e mi rendo sempre più conto che se c'è una crociata che ha senso combattere è quella in difesa della memoria. Ma non una memoria ibernata e lontana dalla realtà quanto di quella dai tratti eroici che ha risvegliato il mio entusiasmo di studente e che se ben comunicata ai ragazzi di oggi sortirebbe gli stessi effetti ispirazionali. Dai banchi di questa scuola materna mi sento di lanciare un'ultima provocazione. Io credo che l'Università Pubblica italiana potrebbe coinvolgere i nuovi maestri del nostro tempo, sul senso di responsabilità non certo sulla convenienza economica, invitandoli a condividere le soddisfazioni avute in forma di esperienza messa al servizio di altri. Nella personale convinzione, poi, che in tema di retribuzioni dovremmo invertire il rapporto che esiste tra un maestro elementare e un professore universitario, ma questa è un'altra storia...

Fabio Novembre
 
 
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